Negli ultimi tempi, nelle città e nelle loro periferie italiane, un problema sembra prendere piede tra chi coltiva orti piccoli e chi si diletta con l’orto di casa: la qualità del terreno. Di primo acchito, tutto può sembrare regolare. Eppure, dopo qualche settimana, le piante mostrano segnali di difficoltà: foglie che ingialliscono, crescita che si blocca. Non è colpa di insetti o malattie visibili, ma di qualcosa che passa più inosservato, eppure incide parecchio sulla salute: il pH troppo acido del suolo. Quando accade, le piante faticano ad assorbire nutrienti fondamentali. Il risultato? Raccolti e fioriture a rischio, soprattutto nei piccoli orti urbani.
Come si interpreta il ph e quali sono i segnali delle piante
Lo pH del terreno, detto in modo semplice, indica quanto il suolo sia acido o alcalino, una scala da 0 a 14. Il valore 7 rappresenta il punto neutro. Per quasi tutte le coltivazioni – orticole e agricole – il benessere arriva quando il pH si aggira tra 6 e 7,5. Se scende al di sotto di questa soglia, gli elementi nutritivi chiave diventano meno disponibili. Le piante – è facile notarlo – iniziano a ingiallire soprattutto dalle foglie più basse, crescono piano, e fioriscono poco. Anche chi conosce piante più resistenti ai terreni acidi, come azalee e rododendri, può accorgersi di quanto la loro vitalità cali.

C’è un dettaglio non da poco che emerge spesso nei mesi freddi: il terreno tarda a ritrovare il suo equilibrio nutritivo, anche dopo interventi con corretivi chimici. L’ingiallimento non sempre è legato a un deficit di azoto. Più di frequente, si tratta di microelementi – ecco il ferro – che pur essendo presenti, rimangono “bloccati” perché il terreno è troppo acido. Allora, guardare solo le foglie non basta. Serve misurare con precisione: capire qual è davvero il problema per agire nel modo giusto.
Verificare il ph del terreno e scelte per correggerlo
Verificare il pH di un terreno è un’operazione alla portata di tutti e – insomma – indispensabile per coltivare bene. Si possono inviare campioni del suolo a laboratori specializzati, quelli che restituiscono un’analisi chimica precisa e dettagliata. Oppure, per chi vuole fare da sé, esistono kit per misurazioni rapide che permettono un monitoraggio frequente e autonomo. Quando il pH scende sotto 6, conviene intervenire, perché altrimenti si rischiano problemi seri nelle colture.
Un rimedio molto diffuso è la calce, che si trova in diverse versioni. La calce dolomitica ha il vantaggio di aggiungere anche magnesio, mentre la calce calcica agisce soprattutto sull’acidità senza cambiare troppo la composizione del terreno. Attenzione: la scelta va fatta tenendo conto dei risultati delle analisi e delle esigenze specifiche delle piante coltivate. Non è roba da poco. Inoltre, la fisica del suolo – che sia sabbioso, limoso o argilloso – incide sull’effetto della calce. Chi coltiva in città ha probabilmente terreni più compatti e poveri di sostanza organica; in quei casi, l’effetto si fa sentire lentamente, dopo settimane o mesi.
Sostenibilità a lungo termine e attenzione continua al suolo
Gestire il pH non si limita all’applicazione di calce, anche se questa è la prima cosa che viene in mente. Sul lungo termine, serve cura del suolo più attenta e sostenibile. L’aggiunta costante di compost o letame migliora la struttura e aiuta a mantenere stabile il pH. Poi, chi ha un po’ di esperienza sa che rotazioni di colture e cover crop – cioè colture tappezzanti – lavorano sul terreno, migliorando la porosità e tenendo lontana l’acidità eccessiva.
Un terreno troppo acido cambia il bilancio dei nutrienti: ci sono più ferro, manganese e alluminio – che non sempre sono amici delle piante – e meno calcio e magnesio, elementi fondamentali per una crescita sana. Il monitoraggio regolare del pH diventa quindi una pratica che non si può trascurare. Serve per intervenire in tempo, prima di provocare danni che poi sono difficili da rimediare. La correzione? Richiede impegno e pazienza. Molti agricoltori scelgono di spargere la calce in autunno, prima di ripartire con la nuova stagione, segnandosi dosi e risultati per migliorare nel tempo. Dalle parti di Milano, così come in altre zone d’Italia, questa attenzione al terreno porta a prodotti più sani, e a una terra che resiste meglio agli stress.
